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La donazione Tintori

La Donazione Tintori La collezione Tintori è stata donata dalla Associazione Elena e Leonetto Tintori al Comune di Prato nel 1993. Sono dipinti del Cinque, Sei e Settecento poco conosciuti, ma di particolare qualità e caratterizzati da temi originali e inconsueti. Formatasi dal 1955 fino al 1980, la raccolta ha preso le mosse dal mercato antiquario e si è sviluppata attraverso incontri e contatti di lavoro, viaggi ed amicizie personali dello stesso Tintori. Fa parte di questo nucleo anche La Regina Semiramide, capolavoro della pittura fiorentina del Seicento, dipinto da Francesco Montelatici detto Cecco Bravo nel 1630 ed esposto al secondo piano del Museo di Palazzo Pretorio. Nel percorso espositivo del Palazzo sono visibili alcune opere realizzate dallo stesso Tintori, tra cui l’Autoritratto.

 

La pregevole tavola, attribuita da Andrea Bacchi al pittore parmense Giovan Francesco Maineri, propone, come un’inaspettata natura morta, la Testa di San Giovanni Battista su un bacile. La costruzione dei piani attraverso i toni della luce e sopratutto il ritratto del Battista colto nel momento fatale del trapasso, con la bocca quasi aperta e gli occhi semichiusi, rendono il dipinto particolarmente intrigante. Dello stesso soggetto sono note, seppure con qualche variante, almeno altre otto versioni, autografe di Maineri – come la Testa di San Giovanni Battista alla Pinacoteca di Brera a Milano – o comunque provenienti dalla sua bottega.

Affascinante per la forza espressiva la testa di San Girolamo Penitente è attribuita da Maria Pia Mannini   ad Agnolo Bronzino, in cui non mancano i riferimenti agli artisti fiorentini del primo manierismo e soprattutto al Pontormo, suo maestro dagli anni 1518-19. La grande abilità nel disegno del volto e la straordinaria capacità di definire i particolari tagliati dalla luce permettono di ascrivere il dipinto ad una fase matura del pittore, vicina agli affreschi per la volta della Cappella di Eleonora di Toledo in Palazzo Vecchio a Firenze.

Raffinato e singolare, il frammento di ciborio con Il Redentore tra i Santi Agostino e Lorenzo mostra una particolare eleganza nel tratto sfilato delle figure. L’opera, collocabile in area senese, è probabilmente del ricercato pittore manierista Arcangelo Salimbeni, nel quale predomina il gusto per la pennellata rapida con sfumature modellate dalla diversa incidenza della luce.

Venere, con il figlio Cupido, è seduta su un trono elegante sormontato da un tendaggio con drappeggi di velluto rosso, ai lati colonne, rilievi decorativi e una statua. In primo piano, intorno ad un altare su cui poggia un braciere ardente, più persone e coppie di innamorati si affollano e rendono omaggio alla divinità. La tavoletta con il Trionfo di Amore  è collegata da Sandro Bellesi all’ambito fiammingo e olandese, ed in particolare a Frans Francken il giovane, autore di suggestive scene profane, alcune delle quali esposte alla Galleria Palatina di Palazzo Pitti a Firenze.

Il dipinto mostra un Orlando seminudo intento a svellere violentemente un tronco d’albero, così come descritto nel paragrafo quarto del canto ventiquattresimo del poema di Ludovico Ariosto. La Pazzia di Orlando è stata attribuita dal Bellesi a Pietro della Vecchia, pittore originale, spesso audace e grottesco, per evidenti affinità stilistiche del nostro con uno dei carnefici raffigurato nel Martirio di San Sebastiano della Pinacoteca di Palazzo Chiericati a Vicenza.

Della tela di Livio Mehus esiste un’altra versione a Firenze a Palazzo Pitti, dove il soggetto è erroneamente definito come Sara e l’Angelo, mentre rappresenta Agar, schiava della moglie di Abramo, da lui cacciata nel deserto col piccolo Ismaele e soccorsa dall’angelo. I personaggi, soprattutto l’angelo, derivano dalla pittura di Pietro da Cortona, che Livio Mehus seppe tradurre in maniera originale. Altre opere dello stesso ambito sono presenti in questo Palazzo.   

Il piccolo frammento con la Testa di San Giovannino esprime, attraverso la materia pittorica grassa e pastosa, una rara intensità: la visione di scorcio, l’ombra inquietante che taglia la fronte, le palpebre pesanti e segnate sembrano in contrasto con l’immagine del fanciullo con le guance rosee e paffutelle, mettendo in luce un’indefinibile inquietudine. Il dipinto è attribuito dalla Mannini al pittore senese Bernardino Mei per affinità con altre opere della maturità che l’artista dipinse durante il suo soggiorno romano.  

Il Martirio di San Lorenzo è stato attribuito al catalogo di Francesco Conti dal Bellesi per la raffinatezza e un’altissima qualità pittorica, data dal gioco di tinte forti e contrapposte: la tragicità del momento è smorzata dai toni luminosi in cui è immerso il santo e dal paesaggio animato da personaggi vestiti elegantemente con morbide sete.  Lo stesso fruscio di soffici tessuti sembra farsi sentire nella grande pala d’altare che Francesco Conti dipinse per la Basilica di Santa Maria delle Carceri, giunta al Comune nel 1788 e conservata al secondo piano del Pretorio,  e che rappresenta una delle composizioni più interessanti del pittore.

L’episodio di vita quotidiana, in cui una fanciulla è intenta ad ammirarsi in uno specchio, richiamando il tema della Vanitas, è trattato senza enfasi, attraverso una pittura fatta di pennellate pastose e di toni contrapposti e denota secondo Bellesi l’ambito artistico di Giovan Battista Piazzetta. In particolare lo studioso avvicina il dipinto allo stile del suo allievo Gian Domenico Fedeli, detto il Maggiotto, che seppe conciliare il linguaggio del maestro con la pittura fiamminga e olandese del Seicento. In questa delicatissima opera, in cui predominano effetti pittorici morbidi e rarefatti, emerge un sentimento crepuscolare, derivato da suggestioni rembrandtiane.